XXI Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)

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Letture del Giorno:

Is 66,18-21;

Sal 116;

Eb 12,5-7.11-13;

Lc 13,22-30;

Se Dio è buono, perché permette che i suoi figli abbiano da affrontare sofferenze, tribolazioni, insuccessi e così via? L’interrogativo travaglia da sempre la vita dei credenti, talora al punto da indurre chi non trova risposta ad allontanarsi dalla fede.

L’interrogativo non è ignorato dalla Bibbia, che vi risponde con molteplici motivazioni. Una, importante, si trova nella seconda lettura di oggi (Lettera agli Ebrei 12,5-7.11-13), che ragiona così: Dio è Padre, e come tale si comporta nei confronti dei suoi figli, inesperti e talora ribelli, mossi dalla pretesa di sapersi regolare da sé, incuranti del rischio di danneggiare sé stessi e gli altri. Non è un buon padre quello che lascia sempre correre, che si disinteressa, che magari giustifica il comportamento sbagliato dei suoi figli; un buon padre non esita, quando occorre, a intervenire anche severamente.

Dunque non farà così anche il migliore dei padri, il Padre perfetto? Di qui l’esortazione della seconda lettura (Ebrei 12,5-13): “Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui, perché il Signore corregge colui che egli ama e percuote chiunque riconosce come figlio. E’ per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? Certo, sul momento ogni correzione non sembra causa di gioia ma di tristezza; dopo, però, arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati”.

La correzione ha lo scopo di mettere in guardia l’uomo dal prendere strade sbagliate, che lo porterebbero lontano dalla vera meta: la quale è tanto importante (è in gioco la vita eterna) da giustificare i sacrifici e le rinunce occorrenti a raggiungerla. Questo è il senso dell’invito del vangelo (Luca 13,22-30): “Sforzatevi di entrare per la porta stretta”, altrimenti resterete fuori, né varrà vantare conoscenze e familiarità; anzi il padrone di casa dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”

La porta è stretta, ma l’interno è amplissimo e festosissimo. Come tante altre volte nell’Antico Testamento, anche Gesù paragona la vita con lui, nel suo regno, a un banchetto, cui parteciperanno persone d’ogni stirpe e d’ogni epoca. La precisazione sta nella risposta a un tale che gli aveva chiesto se sono tanti o pochi quelli che si salvano. Se l’interesse dell’interrogante era di carattere puramente statistico, Gesù deve averlo deluso, perché sui numeri non gli risponde; ne approfitta invece per offrirgli due insegnamenti. Il primo è sulle condizioni per salvarsi (“Sforzatevi di entrare per la porta stretta”); il secondo riguarda appunto l’universalità della salvezza. Già il profeta (prima lettura; Isaia 66,18-21) aveva annunciato quale parola di Dio: “Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria” e Gesù conferma: “Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio”.


 Conferma, con una precisazione: “Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi”. Per capire queste parole, occorre ricordare che egli sta parlando a un ebreo, cioè a uno di quanti aspettavano un Messia tutto per loro, ritenendo che il Dio d’Israele non si curasse degli altri popoli. Ma non è così: gli ebrei ritenevano di essere gli unici chiamati, invece sono stati semplicemente i primi; dopo di loro, ultimi ma solo in ordine cronologico, vengono tutti gli altri popoli. Primi e ultimi, non per importanza o privilegio: tant’è vero che, spiega Gesù, qualcuno dei primi potrà risultare ultimo, e viceversa. L’ingresso nel Regno dipende non dalla razza o dal sesso o dal colore della pelle o dalla cultura e così via, ma unicamente dall’impegno ad entrare per quella porta che è per tutti stretta allo stesso modo.

Fonte:Qumran2.net – Commento di Mons. Roberto Brunelli

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