XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B

Tu sei giusto,Signore, è retto sono i tuoi giudizi.

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Il brano di oggi ci narra l’incontro del Signore con un sordomuto, un uomo che ha una grande sofferenza, escluso dalla società perchè non puo nè sentire nè parlare. L’attenzione verso quest’uomo ci mostra anzitutto la compassione del Signore che si china su ogni tipo di sofferenza, ed è un invito a far altrettanto, perché tante volte chi ha un handicap è oggetto di discriminazione o di prese in giro.

Inoltre, questo sordomuto può anche essere figura di qualcuno chiuso in se stesso, che non ascolta e non parla con nessuno: anche se sta in mezzo agli altri, è come se non ci fosse! In questo senso, quanti sordomuti in giro, che anche quando stanno con gli altri pensano solo a loro stessi, a cosa dire e fare per essere sempre al centro; quanti purtroppo, avendo chiuso la comunicazione con Dio, vivono solo per se stessi, incapaci di costruire relazioni vere, insensibili ai bisogni degli altri o quanti psicologicamente vittime della timidezza vivono ai margini.

Noi siamo nati per entrare in relazione con Dio e con gli altri; la nostra verità è essere con gli altri, salvati dalla nostra incapacità relazionale, da quella solitudine che frustra la vita umana. Quanti meccanismi che ci isolano, ci ammutoliscono; ragazzi senza amici concreti ma con migliaia di amicizie su facebook, schiavi delle relazioni virtuali perché meno rischiose, non impegnative, più facili da ottenere, spesso false o semplici idealizzazioni.

Quante persone sono chiuse in se stesse, incapaci di relazioni autentiche, che vivono passando da un piacere solitario all’altro, fuggendo la splendida fatica del farsi capire e del capire gli altri; o hanno pochissime amicizie che spesso sono idolatrie: anziché dare la vita l’uno per l’altro, incoraggiandosi al bene, l’uno consuma la vita all’altro, tirandosi verso il basso, cercando di colmare i propri vuoti con quella persona, uniti solo da interessi in comune e nulla più. Ma non è sempre facile rendersene conto: questa è l’opera del separatore, del divisore, che ci rende incapaci di comunicare. Gesù viene a guarire questa nostra solitudine.

Gesù a questo sordomuto non gli impone subito le mani, prima lo deve sottrarre alla folla; così è anche per noi. Per guarirci Gesù ci deve portare in disparte, fuori dai nostri contesti abituali: lo fa in tanti modi, a volte persino la sofferenza ci aiuta; quante volte quel dolore inatteso è stata la strada del cambiamento, quel portarci fuori che Dio ha operato per farci ragionare un po’ meglio e ascoltare, magari chiedendosi: ma io dove sto andan-do? Per che cosa vivo? Che ne sto facendo della mia vita? Quanti santi hanno incontrato il Signore e si sono aperti a lui: pensiamo a S. Francesco, che in carcere inizierà a scoprire il Vangelo; o a S. Ignazio, allora soldato, che ferito e allettato per nove mesi, inizierà a far esperienza del Signore meditando sulla sua vita e su quella dei santi.

Nel Vangelo inoltre Gesù fa un gesto non molto “elegante”: mette le dita nelle orecchie (e ci vuole pure l’umiltà del cieco per lasciarlo fare!) e gli tocca la lingua con la saliva. In realtà, all’epoca di Gesù questi gesti avevano un significato medico-taumaturgico: toccando l’organo malato si voleva comunicare quasi un’energia benefica mentre alla saliva era attribuito un effetto curativo (G. Ravasi). Dunque Gesù, Dio incarnato, si adegua agli usi e alla mentalità del suo tempo, per far capire l’importanza delle sue azioni. Ma la differenza la fa la potenza della sua parola; dopo aver sospirato, Gesù pronuncia in aramaico un ordine: effatà, cioè apriti! È un invito rivolto a tutto l’uomo: non chiuderti in te stesso, apriti a Dio, alla sua Parola: lasciati amare, lasciati salvare e apriti ai bisogni degli altri! Il sordomuto che parla è il ritratto di chi si apre alla Parola di Dio, del credente che professa la sua fede, che rompe il silenzio del peccatoEcco perché la Chiesa primitiva ha inserito nel rito del battesimo il rito dell’Effatà, intendendo dire: apriti all’ascolto della parola di Dio, alla fede, alla gioia, alla vita eterna!

Tanti nel giustificare il loro non credere lamentano di non aver ricevuto il dono della fede; ma forse dovrebbero chiedersi: ma ho mai dato a Dio la possibilità di parlarmi? Mi ritaglio del tempo per meditare la sua Parola? Per riflettere, per leggere, per ascoltare delle sane catechesi? O vivo in mezzo al frastuono, nutrito e bombardato dai media, dalle chiacchiere che mi intossicano l’anima e che mi paralizzano in mille luoghi comuni? In certi casi, per ascoltare Dio, dobbiamo farci un po’ sordi: il martire sant’Ignazio diceva: siate sordi quando qualcuno vi parla male di Gesù Cristo. Noi aggiungiamo: siate sordi quando qualcuno vi parla male del prossimo. Siate sordi quando qualcuno vi adula o tenta di corrompervi con promesse di guadagni disonesti. Siate sordi quando la radio vi propone canzoni oscene e blasfeme, in linguaggio scurrile e volgare. Dobbiamo essere sordi, a volte, anche quando qualcuno ci parla male di noi, senza ribattere colpo su colpo. Diventiamo sordi per sentire un po’ meglio! (R. Cantalamessa).

Alla fine Gesù chiederà silenzio su questo miracolo, perché non sia ridotto a “magia”, svuotandolo del suo senso più profondo: l’incontro con lui, l’aprirsi all’ascolto del Vangelo salva l’uomo dalla chiusura in se stesso, rendendolo libero e capace di amare. Per questo dobbiamo proporre a tutti l’incontro con Gesù! E chiediamogli questa grazia: di aver nelle orecchie le sue dita, le sue opere, cioè di ascoltare la sua Parola, accogliendo l’amore infinito che ha per noi e di aver in bocca la sua saliva, il suo sapore, la sua sapienza!

Sì, se vogliamo portare bellezza e luce del mondo, abbiamo bisogno che le parole di Cristo siano sulla nostra bocca, che la parola di Dio riempia il nostro palato: finiamola di piangerci addosso, di misurare tutto secondo i nostri modi di pensare, di parlare sempre di noi e parliamo un po’ di Dio, del suo amore, della sua misericordia: il mondo ne ha fame e sete!

Letture: Mc 7,31-37;  Is  35,4-7a;   Gc 2,1-5

 

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