XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

La parabola degli operai mandati a lavorare nella vigna esalta la generosità divina, che supera le regole della giustizia; è la celebrazione della grazia che va oltre ogni misura umana.

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La parabola dei lavoratori a giornata è la risposta “sconcertante” di Gesù alla domanda degli apostoli che hanno lasciato tutto per seguirlo: “Che cosa ne avremo?”. Il padrone della vigna, che ha dato agli operai quanto era stato concordato, si ritiene nel giusto. Non solo non accetta il loro intervento, ma difende la bontà del suo operato, accusando di invidia l’interlocutore. Matteo, che vede, al di là della parabola, il risentimento del popolo ebraico contro l’eccessiva misericordia divina riguardo ai pagani ammessi “gratuitamente” nel Regno, sa quanto sia difficile comprendere l’agire di Dio, che ci scandalizza (Vangelo). Dio non pensa come noi e nel suo agire segue vie che sembrano opposte alle nostre: «misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore; buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature» (I Lettura). Il percorrere le vie di Dio ci conducono alla meta, tenuto conto che noi non sappiamo neppure quale via scegliere, come confessa lo stesso Paolo (II Lettura). Convinti che Dio ci vuole bene, abbandoniamoci fiduciosi alla sua volontà.

Il Vangelo è pieno di vigne e di viti, come il Cantico dei cantici. La vigna è, tra tutti, il campo più amato, in cui il contadino investe più lavoro e più passione, gioia e fatica, sudore e poesia. Vigna di Dio e suoi operai siamo noi, profezia di grappoli colmi di sole.
Un padrone esce all’alba in cerca di lavoratori, e lo farà per ben cinque volte, fino quasi al tramonto, pressato da un motivo che non è il lavoro, tantomeno la sua incapacità di calcolare le braccia necessarie. C’è dell’altro: Perché ve ne state qui tutto il giorno senza fare niente? Il padrone si interessa e si prende cura di quegli uomini, più ancora che della sua vigna. Qui seduti, senza far niente: il lavoro è la dignità dell’uomo. Un Signore che si leva contro la cultura dello scarto!
E poi, il cuore della parabola: il momento della paga. Primo gesto contromano: cominciare dagli ultimi, che hanno lavorato un’ora soltanto. Secondo gesto contro logica: pagare un’ora soltanto di lavoro quanto una giornata di dodici ore.
Mi commuove il Dio presentato da Gesù: un Dio che con quel denaro, che giunge insperato e benedetto a quattro quinti dei lavoratori, vuole dare ad ognuno quello che è necessario a mantenere la famiglia quel giorno, il pane quotidiano.
Il nostro Dio è differente, non è un padrone che fa di conto e dà a ciascuno il suo, ma un signore che dà a ciascuno il meglio, che estende a tutti il miglior dei contratti. Un Dio la cui prima legge è che l’uomo viva. Non è ingiusto verso i primi, è generoso verso gli ultimi. Dio non paga, dona.
È il Dio della bontà senza perché, che trasgredisce tutte le regole dell’economia, che sa ancora saziarci di sorprese, che ama in perdita. Anzi la nostra più bella speranza è un Dio che non sa far di conto: per lui i due spiccioli della vedova valgono più delle ricche offerte dei ricchi; per quelli come lui c’è più gioia nel dare che nel ricevere.
E crea una vertigine dentro il nostro modo mercantile di concepire la vita: mette l’uomo prima del mercato, il mio bisogno prima dei miei meriti.
Quale vantaggio c’è, allora, a essere operai della prima ora? Solo un supplemento di fatica? Il vantaggio è quello di aver dato di più alla vita, di aver fatto fruttificare di più la terra, di aver reso più bella la vigna del mondo.
Ti dispiace che io sia buono? No, Signore, non mi dispiace che Tu sia buono, perché sono io l’ultimo bracciante. Non mi dispiace, perché so che verrai a cercarmi ancora, anche quando si sarà fatto molto tardi.
Io non ho bisogno di una paga, ma di grandi vigne da coltivare, grandi campi da seminare, e della promessa che una goccia di luce è nascosta anche nel cuore vivo del mio ultimo minuto.

Fonte: la-domenica.it – Avvenire.it

Letture: Isaia 55,6-9; Salmo 144; Filippesi 1,20-24.27; Matteo 20,1-16 (Clicca QUI per leggerle e meditarle)

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