XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)

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Letture del Giorno:

Am 8,4-7;

Sal 112;

1Tm 2,1-8;

Lc 16,1-13;

La prima lettura ci dà modo di conoscere i comportamenti dei commercianti di oltre duemila anni fa. “Quando sarà passato il novilunio e si potrà vendere il grano? E il sabato, perché si possa smerciare il frumento, diminuendo l’efa e aumentando il siclo e usando bilance false, per comprare con denaro gli indigenti e il povero per un paio di sandali?” Scrive il profeta Amos (8,4-7) che questi erano i loro pensieri: formalmente rispettavano le feste religiose (i noviluni, i sabati), ma mordendo il freno in vista degli affari del giorno dopo; affari basati sull’imbroglio nei pesi e nei prezzi e nella qualità della merce, per sfruttare i più deboli.

Dai tempi di Amos non pare sia cambiato molto: la sua denuncia delle ingiustizie sociali rimane d’attualità, assumendo anzi un valore universale. Basterà richiamare in proposito un aspetto ben noto: buona parte delle ricchezze di alcuni stati derivano dallo sfruttamento delle risorse di altri. Qualche tempo fa l’opulento mondo occidentale ebbe un sussulto di coscienza, implicitamente lo ammise, e fece un gran parlare del debito pubblico che affligge i paesi del terzo mondo; riconobbe l’opportunità di condonarlo; ma dopo le chiacchiere tutto rimase come prima.

Il passo del profeta introduce bene la parabola del vangelo (Luca 16,1-13). L’amministratore di un’azienda agricola è uomo disonesto ma scaltro: chiamato a rispondere al padrone delle sue malefatte, prevedendo di perdere il posto, provvede a cautelarsi. “So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e chiese al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?” Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi chiese a un altro: “Tu quanto devi?” Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.

Di imbroglioni è pieno il mondo, e non solo di quelli noti perché le loro trame arrivano ai giornali e telegiornali. Nulla di straordinario, dunque, in questa parabola di Gesù, se non fosse, a sorpresa, che egli continua lodando quell’amministratore disonesto, “perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne”.

E’ forse superfluo precisare che di quell’amministratore Gesù loda non la disonestà, ma la furbizia, di cui invece gli onesti sembrano scarseggiare. Come i “figli di questo mondo” (cioè quanti sono presi solo da cose terrene) sono scaltri nel male, non meno scaltri nel bene devono essere i “figli della luce”, cioè quanti intendono orientare i propri comportamenti alla luce della fede. A loro il Maestro dice di farsi amici con la ricchezza disonesta, quegli amici che un giorno apriranno loro le porte del Cielo.

Ma come si fa? Concretamente, come muoversi? La risposta emerge leggendo le tante altre pagine del vangelo dedicate a questo argomento. Anzitutto il cristiano non deve attaccarsi ossessivamente al danaro, ai beni materiali, come se da essi dipendesse la sua vita: nulla abbiamo portato entrando nel mondo, e nulla ne porteremo via. Senza dimenticare che delle ricchezze di cui veniamo in possesso non siamo padroni assoluti, ma amministratori, che un giorno dovranno presentare i conti. Siamo poi tutti parte di un mondo permeato di ingiustizie e disonestà, da cui noi occidentali, spesso senza volerlo né saperlo, traiamo vantaggio. Circa le ricchezze acquisite in modo disonesto, giustizia vuole che anzitutto si restituisca il maltolto, e quando non fosse possibile le si usi per beneficare gli indigenti, siano essi tra noi o dall’altra parte del mondo: quello che diamo loro, a ben guardare è soltanto una parziale restituzione.

Fonte:Qumran2.net – Commento di Mons. Roberto Brunelli

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