XXVI domenica del Tempo Ordinario

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Letture del giorno:

Am 6,1a.4-7;

Sal 145 (146);

1Tm 6,11-16;

Lc 16,19-31

Il Sal 145 è un inno di gioia e di lode in onore del Dio fedele e liberatore. Il salmo, ponendo l’impotenza e l’inconsistenza umana di fronte all’onnipotenza di Dio, assume il tono di una esortazione a collocare la propria fiducia nel Signore. L’odierna liturgia riprende la seconda parte del nostro salmo, in cui si fa una descrizione particolareggiata della misericordia di Dio verso i bisognosi e i derelitti. In questo modo, il salmo diventa un inno alla Provvidenza divina. Il testo  salmico conclude con un atto di fede: “Il Signore regna per sempre…” Il regno di Dio coincide con il suo intervento efficace per rendere giustizia, liberare e salvare quelli che hanno bisogno.

La parola di Dio ripropone il tema della domenica scorsa sull’uso dei beni terreni. Gesù ci invitava a dare ad essi un valore relativo guardando ai beni definitivi e ci premuniva sull’abbaglio di cui possiamo essere vittime in questa materia quando ci ricordava che non è possibile “servire a Dio e alla ricchezza”. In questa domenica c’è un elemento in più, l’invito a condividere i nostri beni con gli altri. Il profeta Amos (prima lettura) pronuncia parole dure contro i grassi borghesi di Samaria che si godono la vita incuranti della povertà e miseria degli altri. Contro questi gaudenti il profeta prende una chiara posizione di condanna, annunciando la fine delle feste spensierate nonché il sopraggiungere della deportazione e dell’esilio. Non si tratta di una condanna della ricchezza in se stessa, ma di un severo giudizio di coloro che si servono di essa per farne strumento di corruzione e di oppressione. In questo caso, la ricchezza diventa sorgente del potere che sfrutta e opprime.

Sullo sfondo della dura denuncia del profeta Amos si colloca la nota parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro, narrata dal vangelo d’oggi. Vi troviamo descritte due figure contrapposte. L’uomo ricco sdraiato sui divani che banchetta lautamente. Il povero che giace alla sua porta, bramoso di sfamarsi di quello che cade dalla mensa del ricco. I cani si sono accorti della presenza del povero e vanno a leccargli le piaghe. L’epulone, invece, fa come se non esistesse. Il ricco non ha nome. Nella cultura ebraica, il nome esprime la realtà profonda delle persone, riassume la loro storia; egli non ha nome perché non ha storia. Il povero ha un nome quanto mai significativo: “Dio aiuta”. I due personaggi del racconto muoiono, e la loro sorte si capovolge: l’epulone si trova nell’inferno tra i tormenti, e Lazzaro invece viene trasferito nel banchetto celeste presieduto da Abramo. La morte non fa altro che sancire in modo definitivo e irreversibile il destino finale degli esseri umani, quel destino che ognuno di noi costruisce nella sua vita terrena. La logica di Dio non è quella del potere e del successo, ma quella della misericordia, della giustizia, dell’amore. Chi lotta per la giustizia non compie solo un’opera filantropica ma un vero e proprio atto religioso. Il castigo che il ricco epulone si merita è dovuto proprio al fatto che il suo comportamento contrasta radicalmente con la carità che è Dio. Anche san Paolo nella seconda lettura (1Tm 6,11-16) ammonisce il suo discepolo Timoteo: “tendi alla giustizia […], alla carità”.

Il ricco epulone e Lazzaro sono il simbolo di due ordini di persone: i gaudenti materialisti ed egoisti che limitano il loro orizzonte alla sfera presente, e quelli invece che, nella loro povertà, conducono una vita orientata verso il vero destino dell’uomo. La colletta della messa ci invita a essere come questi ultimi quando ci fa chiedere a Dio la grazia affinché, camminando verso i beni da lui promessi, “diventiamo partecipi della felicità eterna”. E l’orazione sulle offerte afferma che la “sorgente di ogni benedizione”, non è da ricercarsi nei beni materiali, ma nell’eucaristia.

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