XXVII Domenica Del Tempo Ordinario (Anno A)

Non si può appartenere al popolo di Dio senza aderire a Cristo con l’obbedienza della fede e con le opere della carità. Essere cristiani vuol dire essere innestati in Cristo e con Lui produrre frutti che il Padre gradisce.

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Isaia descrive il difficile rapporto di Dio con il suo “diletto” popolo in un canto, “il cantico d’amore per la sua vigna”, nel quale paragona il popolo ad una vigna e se stesso al vignaiolo. Nonostante la grande attenzione alla scelta dedicata del vitigno, al terreno più adatto e al suo sviluppo, la vigna produsse solo acini acerbi. Il Salmo è ancora più dettagliato nella descrizione della situazione e della drastica decisione di abbandono da parte del vignaiolo. A Israele, che è appunto la vigna del Signore, non resta che invocarne la sua misericordia (I Lettura). Gesù riprende il tema della vigna e ne rivela le estreme conseguenze, coinvolgendo i vignaioli (i capi dei sacerdoti, gli anziani del popolo e i farisei), che progettano perfino di ribellarsi al padrone, uccidendone il figlio, per entrare in possesso della vigna. La conclusione non potrà essere che la punizione degli empi e il cambio della gestione «con altri contadini che gli consegneranno i frutti a suo tempo» (Vangelo). San Paolo si rivolge ai Filippesi (II Lettura), invitandoli a perseguire la pace di Dio attraverso “preghiere, suppliche e ringraziamenti”.

Gesù amava le vigne, doveva conoscerle molto bene e deve averci anche lavorato. Le osservava con occhi d’amore e nascevano parabole, ben sei sono riferite dai Vangeli. Ha adottato la vite come proprio simbolo (io sono la vite e voi i tralci, Gv 15,5) e al Padre ha dato nome e figura di vignaiolo (Gv 15,1). Lanza del Vasto ha intitolato un suo libro con questa immagine visionaria: L’arca aveva una vigna per vela. L’arca della nostra storia, quella che salva l’umanità, l’arca che galleggia sulle acque di questi ininterrotti diluvi e li attraversa, è sospinta da una vela che è Cristo-vite, della quale noi tutti siamo tralci. Insieme catturiamo il vento di Dio, il vento del futuro. Noi la vela, Dio il vento.
Ma oggi Gesù racconta di una vigna con una vendemmia di sangue e tradimento. La parabola è trasparente. La vigna è Israele, siamo noi, sono io: tutti insieme speranza e delusione di Dio, fino alle ultime parole dei vignaioli, insensate e brutali: «Costui è l’erede, venite, uccidiamolo e avremo noi l’eredità!».
Il movente è avere, possedere, prendere, accumulare. Questa ubriacatura per il potere e il denaro è l’origine delle vendemmie di sangue della terra, «radice di tutti i mali» (1Tm 6,10).
Eppure come è confortante vedere che Dio non si arrende, non è mai a corto di meraviglie e ricomincia dopo ogni tradimento ad assediare di nuovo il cuore, con altri profeti, con nuovi servitori, con il figlio e, infine, anche con le pietre scartate. Conclude la parabola: «Che cosa farà il Padrone della vigna dopo l’uccisione del Figlio?» La soluzione proposta dai giudei è logica, una vendetta esemplare e poi nuovi contadini, che paghino il dovuto al padrone. Gesù non è d’accordo, Dio non spreca la sua eternità in vendette. E infatti introduce la novità propria del Vangelo: la storia perenne dell’amore e del tradimento tra uomo e Dio non si conclude con un fallimento, ma con una vigna nuova.
«Il regno di Dio sarà dato a un popolo che ne produca i frutti». E c’è un grande conforto in queste parole. I miei dubbi, i miei peccati, il mio campo sterile non bastano a interrompere la storia di Dio. Il suo progetto, che è un vino di festa per il mondo, è più forte dei miei tradimenti, e avanza nonostante tutte le forze contrarie, la vigna fiorirà.
Ciò che Dio si aspetta non è il tributo finalmente pagato o la pena scontata, ma una vigna che non maturi più grappoli rossi di sangue e amari di tristezza, bensì grappoli caldi di sole e dolci di miele; una storia che non sia guerra di possessi, battaglie di potere, ma produca una vendemmia di bontà, un frutto di giustizia, grappoli di onestà e, forse, perfino acini o gocce di Dio tra noi.

Letture: Isaia 5, 1-7; Salmo 79; Filippesi 4, 6-9; Matteo 21, 33-43 (QUI il link per leggere e meditare la Parola di Dio)

Fonte: la-domenica.it- Avvenire.it

 

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