XXVII Domenica del Tempo Ordinario

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Letture del giorno:
Ab 1,2-3; 2,2-4;
Sal 94 (95);
2Tm 1,6-8.13-14;
Lc 17,5-10.

Il Sal 94 evoca l’evento centrale della storia biblica, la liberazione offerta da Dio nell’esodo dall’Egitto. La storia di Israele ci è posta dinanzi come ammonimento: “La maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto” (1Cor 10,5), e non entrarono nella terra promessa. Anche noi siamo in cammino verso una terra promessa. In tutte le circostanze della vita, nelle gioie e nelle privazioni, nel lavoro e nel riposo, nel rischio e nella tentazione, soltanto la luce e la forza della fede possono aiutarci a realizzare pienamente il nostro esodo verso la nuova Gerusalemme. La parola di Dio illumina i sentieri del nostro camminare. Perciò il salmo ci invita a non chiudere il cuore alla voce del Padre che conduce e protegge “il popolo del suo pascolo”.

La fede è centrale nel processo di ricezione della salvezza, che giunge a noi come annuncio, come parola, come buona notizia che per essere ricevuta dev’essere creduta. “A Dio che si rivela è dovuta l’obbedienza della fede, con la quale l’uomo si abbandona tutto a Dio liberamente” (Dei Verbum, n. 5). La fede si attua come un gratuito e libero incontro tra Dio che si comunica e l’uomo che accoglie la sua autocomunicazione aprendosi all’azione di Dio. La fede non è credere in qualcosa, ma credere in qualcuno, in Dio salvatore. Nell’evento della nostra salvezza, l’iniziativa è sempre di Dio. La fede è quindi anzitutto un dono. Non a caso il vangelo d’oggi inizia con la supplica degli apostoli a Gesù: “Accresci in noi la fede!”. La risposta di Gesù è immediata e, come al solito, sconcertante: “Se aveste fede quanto un granello di senapa, potreste dire a questo gelso: Sradicati e vai a piantarti nel mare, ed esso vi obbedirebbe”.

Ecco quindi che Gesù proclama la potenza salvatrice della fede. Gli fa eco san Giovanni quando afferma che la vittoria che ha sconfitto il mondo è la nostra fede (1Gv 5,4). Ma questa fede che, anche se minuscola, è capace di sradicare e trapiantare nel mare un gelso, albero gigante dalle radici difficilmente sradicabili, non è da confondersi con una tecnica con cui ottenere effetti prodigiosi come lo spostamento di una montagna o il radicamento di un albero nelle acque del mare. La potenza della fede di cui parla Gesù è la potenza di Dio che si manifesta e si sprigiona nella vita di noi credenti. La fede lascia passare sempre e solo l’azione di Dio attraverso di noi; non costringe Dio a fare quello che vogliamo noi ma permette a noi di fare quello che vuole Dio. Infatti, Gesù parla in seguito del servo che “ha eseguito gli ordini ricevuti”.

La lettura apostolica ci invita a dare una coraggiosa testimonianza della nostra fede. E la prima lettura, tratta dal libro di Abacuc, conclude affermando che colui che non ha l’animo retto soccombe, mentre “il giusto vivrà per la sua fede”. La parola “fede”, nella lingua semitica in cui si esprimeva Gesù, significa fermezza e certezza, sicurezza e fiducia. La fede non ha niente a che fare con l’angustia degli orizzonti. La fede non intimidisce, non riduce la voglia di vivere e di crescere che c’è in ognuno di noi ma apre a questa nuovi ed insospettabili orizzonti.
L’eucaristia è “Mistero della fede”. “La fede e i sacramenti sono due aspetti complementari della vita ecclesiale. Suscitata dall’annuncio della Parola di Dio, la fede è nutrita e cresce nell’incontro di grazia col Signore risorto che si realizza nei sacramenti” (Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, n. 6).

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