XXXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

La liturgia della Parola ci parla oggi dell’attesa del Signore che viene. La saggezza “cristiana” richiede un impegno serio e attivo, fedele e perseverante. Occorre fare davvero la volontà di Dio ogni giorno.

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In queste ultime settimane dell’Anno Liturgico, le letture invitano d’urgenza alla vigilanza, a un continuo senso di attesa, perché lo Sposo è vicino e vuol essere accolto da cuori ben disposti. La parabola evangelica delle vergini offre l’opportunità di riflettere su uno degli strumenti indispensabili all’accoglienza dello Sposo: le lampade accese. Non basta che nella vita si sia acceso il lume della fede, è necessario alimentarlo e per questo bisogna avere sempre con sé l’olio della preghiera, dello studio della Parola di Dio, della carità (Vangelo). Tutto ciò è segno di saggezza, dell’uomo cioè che ha capito la vita e ha sete della sapienza di Dio, ricercandola e accogliendola quotidianamente: così non cade nella disperazione o nel non-senso, non rimane nell’ignoranza, ma si apre alla speranza che la propria esistenza non è vagabonda e abbandonata, è piuttosto incamminata verso una festa eterna, la gloria della risurrezione (I-II Lettura). L’invito è chiaro: non basta aver scelto di essere cristiani, è necessario munirsi dei mezzi per vivere come tali.

Una parabola difficile, che si chiude con un esito duro («non vi conosco»), piena di incongruenze che sembrano voler oscurare l’atmosfera gioiosa di quella festa nuziale. Eppure è bello questo racconto, mi piace sentire che il Regno è simile a dieci ragazze che sfidano la notte, armate solo di un po’ di luce. Di quasi niente. Che il Regno è simile a dieci piccole luci nella notte, a gente coraggiosa che si mette per strada e osa sfidare il buio e il ritardo del sogno; e che ha l’attesa nel cuore, perché aspetta qualcuno, uno sposo, un po’ d’amore dalla vita, lo splendore di un abbraccio in fondo alla notte. Ci crede.

Ma qui cominciano i problemi. Tutti i protagonisti della parabola fanno brutta figura: lo sposo con il suo ritardo esagerato che mette in crisi tutte le ragazze; le cinque stolte che non hanno pensato a un po’ d’olio di riserva; le sagge che si rifiutano di condividere; e quello che chiude la porta della casa in festa, cosa che è contro l’usanza, perché tutto il paese partecipava all’evento delle nozze… Gesù usa tutte le incongruenze per provocare e rendere attento l’uditorio.

Il punto di svolta del racconto è un grido. Che rivela non tanto la mancata vigilanza (l’addormentarsi di tutte, sagge e stolte, tutte ugualmente stanche) ma lo spegnersi delle torce: Dateci un po’ del vostro olio perché le nostre lampade si spengono… La risposta è dura: no, perché non venga a mancare a noi e a voi. Andate a comprarlo.

Matteo non spiega che cosa significhi l’olio. Possiamo immaginare che abbia a che fare con la luce e col fuoco: qualcosa come una passione ardente, che ci faccia vivere accesi e luminosi. Qualcosa però che non può essere né prestato, né diviso. Illuminante a questo proposito è una espressione di Gesù: «risplenda la vostra luce davanti agli uomini e vedano le vostre opere buone» (Mt 5,16). Forse l’olio che dà luce sono le opere buone, quelle che comunicano vita agli altri. Perché o noi portiamo calore e luce a qualcuno, o non siamo. «Signore, Signore, aprici!». Manca d’olio chi ha solo parole: «Signore, Signore…» (Mt 7,21), chi dice e non fa.

Ma il perno attorno cui ruota la parabola è quella voce nel buio della mezzanotte, capace di risvegliare la vita. Io non sono la forza della mia volontà, non sono la mia resistenza al sonno, io ho tanta forza quanta ne ha quella Voce, che, anche se tarda, di certo verrà; che ridesta la vita da tutti gli sconforti, che mi consola dicendo che di me non è stanca, che disegna un mondo colmo di incontri e di luci. A me basterà avere un cuore che ascolta e ravvivarlo, come fosse una lampada, e uscire incontro a chi mi porta un abbraccio. 

Letture: Sapienza 6,12-16; Salmo 62; 1 Tessalonicesi 4,13-18; Matteo 25,1-13 (Clicca QUI per leggere e meditare la Parola di Dio)

Fonte: la-domenica.it – Avvenire.it

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