XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)

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Letture del Giorno:

Ml 3,19-20;

Sal 97;

2Ts 3,7-12;

Lc 21,5-19;

Domenica prossima si concluderà, con l’anno liturgico, anche l’Anno santo della misericordia: che però, nelle singole Diocesi, era stato previsto di far terminare oggi.

Si chiudono dunque oggi le simboliche “porte della misericordia”, segnalate in tutte le cattedrali e nei santuari Diocesani; hanno termine le celebrazioni speciali connesse con l’evento; si conclude un anno in cui, al centro dell’attenzione dei credenti, è stato posto il tema dell’Amore inesausto di Dio per l’uomo, che ogni uomo è chiamato a imitare nei confronti dei propri simili.

Si conclude l’Anno santo, ma certo non si esaurisce il suo tema centrale. Come Dio continuerà a mostrare ai suoi figli la sua misericordia (che è un altro nome dell’amore), così i figli di Dio sono esortati a mostrarlo nei fatti ai loro fratelli. “La misericordia rende il mondo meno freddo e più giusto”, ha detto un giorno il papa Francesco; “c’è tanto bisogno oggi di misericordia, ed è importante che i cristiani la vivano e la portino nei diversi ambienti sociali”. Tutti siamo chiamati a manifestare al prossimo misericordia: con le possibili multiformi opere di bene, con la sapiente pazienza del perdono, con l’impegno, personale e comunitario, per la giustizia e la pace.

Passando alle letture di oggi, il vangelo (Luca 21,5-19) è costituito da un discorso di Gesù che preannuncia eventi futuri, poi puntualmente verificatisi: la distruzione del grande tempio di Gerusalemme, di cui “non sarà lasciata pietra su pietra”; la comparsa di falsi Messia (quanti filosofi e politici ci sono stati, ritenuti o sedicenti benefattori dell’umanità, in realtà maestri di menzogna, cause di tragedie a non finire); guerre tra i popoli; terribili sconvolgimenti della natura, nonché persecuzioni per i suoi seguaci. Le persecuzioni sono ancora in corso e verosimilmente ce ne saranno anche in futuro; è allora da sottolineare quanto il divino Maestro dice a chi ne è vittima: “Avrete allora occasione di dare testimonianza” e “Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita”.
 Una sottolineatura richiede anche una frase compresa nella seconda lettura (2Tessalonicesi 3,7-12): “Chi non vuole lavorare, neppure mangi. Sentiamo infatti che alcuni fra voi vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione”.

L’espressione può apparire provocatoria, in tempi come i nostri in cui molti non lavorano, e non per scelta! La disoccupazione è il più grave dei mali che travagliano l’Italia (e non solo): senza lavoro, ha ricordato ripetutamente il papa Francesco, non c’è dignità; e senza lavoro, specie per i giovani, la società non ha futuro. Come può, un giovane disoccupato senza prospettive affidabili, programmare una vita normale, formarsi una famiglia, nutrire l’orgoglio di concorrere al bene comune? Senza considerare che la mancanza di un lavoro rischia di indurre a comportamenti negativi (l’ozio è il padre dei vizi, dicevano già gli antichi) e la mancanza di prospettive toglie anche la voglia di impegnarsi, ad esempio utilizzando in positivo il tempo forzatamente libero per cercare, con lo studio o la pratica, di acquisire nuove o migliori competenze.

Il lavoro, ha proseguito il papa, dev’essere dignitoso, “perché purtroppo, specialmente quando c’è crisi e il bisogno è forte, aumenta il lavoro disumano, il lavoro-schiavo, il lavoro senza la giusta sicurezza, oppure senza il rispetto del creato, o senza il rispetto del riposo, della festa e della famiglia”. E lucidamente il papa ha poi anche individuato le cause della disoccupazione (“il sistema economico, centrato su un idolo che si chiama denaro”), suggerendo vie di soluzione ( togliere centralità alla legge del profitto e della rendita e ricollocare al centro la persona e il bene comune). Il fine è che non lavori soltanto chi non vuole farlo, non chi è costretto. E’ un impegno per tutti: anche questa è misericordia.

Fonte:Qumran2.net – Commento di Mons. Roberto Brunelli

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